Poesie

* * *

da Palinsesti (Zona, Arezzo, 2007)

IN LODE DELLA GIRELLA

Lo strato marrone del cioccolato
artificialmente sintetizzato
s’attorciglia a spirale Pan di Spagna.

Non so se il gusto ci guadagna,
non conosco l’identità della sorpresa.
Quando fai la spesa la confezione è chiusa.

E’ una magna infanzia del soggetto
l’arrotolarsi al cuore del sapore,
concepire le ore come un’ansia
che tutto ti distacca dal perfetto.

Un simile prodotto di mercato
mi gira dentro al petto, nel costato.
Non l’ho desiderato il nocciolato
che cosparso di me sempre m’ammanta.

Sono stato confezionato
durante gli anni Ottanta.

ELOGIO FUNEBRE DI SUPERMAN
[della razza di chi rimane a terra]

La sedia a rotelle
con cui da anni solo ti muovevi
soffiando a stento dentro un tubicino
è dolorosa, vuota e planetaria.

Volavi nell’aria, un tempo
lasciando nello spazio
cometa d’infinita brillantina—
il pugno avanti, il moto accelerato,
controllavi il creato:
che nessuno guastasse quell’orbite incoerenti!
La tua tosse spesso smosse i continenti.

In una telefonica cabina
t’inventasti personaggio qualunque:
giornalista sfigato che dovunque vada
si perde per strada inevitabilmente,
mito mascherato deficiente.

Per salvare il mondo è obbligatorio camuffarsi,
travestirsi, sembrare un vagabondo,
uno svagato imbranato occhialuto.
Rischiavi di essere riconosciuto.

Alle stelle basta poco per cadere:
il gioco avverso del destino
lo scalino che cede sotto il peso
il caso che t’impenna il tuo destriero
un sentiero accidentato
il camion spuntato all’improvviso
e tutte le frenate non riuscite.

Lo schianto forte della Kryptonite.

LAUNDRY MACHINE

Un vortice la ruota che calcarea
fa fortuna centrifuga che gira,
m’ammira e stira
e smacchia intera l’area
dove lo sporco impùdico s’aggira.

Oh feticcio straccio, strofinaccio
che sfrega e affoga
e poi mi linda e monda,
che roventa e più non s’accontenta
del bianco sconcio che più bianco non si può!

Io non so
l’amore perlana e delicato
che candeggia brillante sul tessuto,

non conosco il fresco ammorbidente
che m’ammolla il bucato nella mente.

Detergo solo il nero del pensiero
che lava come l’ava il sangue intero,
che smacchia il cuore e netta per davvero
poi muta in neve il lordo Calimero.

COMING OUT 
[confessional poem #1]

Mia madre mi guarda
attraverso i suoi occhiali di strass,
con i suoi Bette Davis’ eyes
incrollabile mamma del Mulino Bianco
sorride come una diva rimasta senza Oscar
che, in fondo, se l’aspettava.

Madre eroica: come Rocky si è allenata ogni giorno
seguendo il corso aerobica Jane Fonda
per essere fisicamente preparata
a questa rivelazione “inaspettata”.

Che non sono Schwarzenegger
l’ha sempre sospettato;
il mio fanatismo per Madonna
lo ha confermato.

“Una madre certe cose se le sente”
dice, ballerina che danza sulle punte,
Carla Fracci ragazzina al suo debutto.

Sono Gesù bambino
che guarda sua madre

like a virgin.

REQUIEM PER LAURA PALMER

Galleggiavi ghiacciata ninfea
sulla marea che segue ogni disastro
astro strozzato, incellophanato pacco
deceduta missiva
con mittente-mandante sconosciuto.

Oh corpo rinvenuto sulle sponde:
nessun dio a mutar le braccia in fronde.
Le onde ti consegnano freddata
a un’autopsia protratta inutilmente

la mente non comprende il movente
e il carnefice rimane ben nascosto
nel bosco dove Gretel ti perdesti
in un intrico di fronde e di misteri.

Noi tutti rimaniamo nel pantano
d’un’indagine priva di catarsi
ignorando la mano che recise
i capei d’oro a l’aura sparsi.

DISCORSO CIVILE DI GRANDE PUFFO
[Socialist Men Under a Red Father]

Felice puffserata a tutti i puffolini pervenuti:
questo capo villaggio comunista vi farà la lista
del nostro civil modo d’esistenza.

Alla partenza siamo tutti uguali
animali sociali privi d’esperienza,
puffbacche di natura varie ed eventuale.

Non male è valutare
le attitudini intrinseche d’ognuno:
Quattrocchi e il suo pallino per i libri
Inventore, bambino, giocava con il Lego
E Forzuto – che adesso è culturista-
non stava mai seduto un solo istante.

È importante, insomma,
che ognuno si realizzi, rigoroso a sé:
Brontolone che è sindacalista,
Vanitoso e la cosmesi,
Golosone e gli arnesi da cucina.

La dottrina dei puffi è stare insieme,
puffare sempre per la vita bella,
i compiti divisi
per il comune bene:

combattere con Birba e Gargamella.

APOLOGIA PER WANNA MARCHI

Tu, donzellotta, venivi dalla campagna;
il tortellino, la lasagna ti fecero mogliera
fintobionda, fintorossa criniera,
donna grassa troppo commossa
dai mali coniugali. Una sera
dal seminterrato di TeleCantina
fu arrabbiato il ruggire del topino:

“O tu genuino lardo di Romagna,
fogna di grasso, ammasso di lipidi:
butterai giù la trippa! Ti fidi? Stai attento…
mordo! Dimagrisci subito, d’accordo?”

Il vero reato è il denaro rubato;
ma non l’imperativo “dimagrisci!”
l’infinito carisma alla speranza
di vedere, un giorno, ridotta la panza.

Adesso non è tempo d’omeopatici strilletti.
Tu ti dibatti dal fondo della tua galera, ohimè!
Ma a Voghera, ti giuro, tutte pregano per te.

* * *

da Will – 24 sonetti (d’if, Napoli, 2009)

Tuffato nella fonte di Narciso
m’innamoravo solo di riflessi.
Ogni tratto somatico del viso
scompariva all’arrivo degli amplessi
che consumavo inevitabilmente
proiettando l’immagine di me
dentro un corpo diverso ma presente
che non mi richiedeva alcun perché.
Ed era naturale quello sdarsi
cercando senza sosta il sottoporsi
ad un teatro privo di catarsi
che il cuore sceneggiava di rimorsi.
Ed ancora da fulmine colpito
correvo dietro un tipo benvestito

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Parcheggia la tua bocca sulla mia.
Estrai da portafoglio monetina.
Rimetti in moto. Non cambiar corsia.
Sicuro d’aver messo la benzina?
Codesto tuo motore appar truccato.
Allaccia oppure slaccia le cinture.
Ribaltami qual camion cappottato.
Arresta. Sosta. Poi riparti pure.
Mille miglia e chilometri e raccordi.
Un corpo come casa cantoniera.
Col finestrino aperto qui m’abbordi,
con pantaloni jeans e canottiera.
Io mi dedico anonimo ad un vizio
ammissibile in area di servizio.

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Non c’è riparo dalle tue chiamate
dagli esse emme esse inaciditi
in cui affondo in onde elettrizzate
senza filo sui crediti finiti.
La batteria schiantata, non ho presa
a cui ricaricar il cor deriso.
Io sogno una chiamata che inattesa
si manifesti con sonoro avviso
che squilli di campane, suoneria,
che la parola sia più forte e chiara
che non sia bara la segreteria
di vecchia voce che l’amor dichiara.
Per avere un amore sì perfetto
non basta premer tasto cancelletto.

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Ma tu come mi vedi? Crederesti?
che dopo le parole sono pappa
di latte zuccherato? Mi vedresti
pan bagnato che bolle sotto cappa,
sopra l’azzurro fuoco di cucina?
Chi mi difenderà dalla tua bocca
che s’apre tutta aspersa d’acquolina
qual pesce rosso che ad un’esca abbocca?
Molle purè, ti scivolo per gola
ti cucio le budella col ricamo
a rilegare la vetusta fola
nel libro che contien l’amore e l’amo.
O visione famelica gustosa:
tu m’inghiotti qual bacca velenosa.

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I miei musi son musi artificiali
desideri che saltano la corda,
gatti randagi senza gli stivali
che m’assalgono – barbari – in un’orda
che mi sorprende in trance addormentato
mentre rimiro un qualche tipo in spiaggia.
Io scrivo del futuro e del passato
immaginando un’orgia che selvaggia
non avviene che dentro la mia mente.
Oppur vagheggio mèmore di quando
in un’era distante dal presente
andavo per la strada sculettando
cercando in altrui sguardo l’attenzione.
Poi l’ho trovata. Quale frustrazione…

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Il Vaticano dice di non farlo.
Vuol dir che non avremo cerimonia.
Ma quello Stato che moneta conia
il nostro patto, amor, non può disfarlo.
Ci unimmo un pomeriggio nel salotto,
sfiorandoci le mani, per merenda.
“Di tue ferite io sarò la benda”
promettemmo mangiandoci un biscotto.
In fondo non vogliamo un matrimonio.
Ci basta un bacio da scambiarci al sole,
un avvenir di giorni come prole.
È questa la ricchezza, il patrimonio.
(Chi ci dice che quelli con le ali
non siano anche loro omosessuali?)

* * *  

da L’estate sta finendo (Leconte, Roma, 2011)

Leptocephalus brevirostris

Quando, venendo dal capoluogo sfrecci lungo la Firenze-Mare
lo vedi chiaramente azzurro nella valle dal cavalcavia;
dopo la galleria ti salta addosso al parabrezza
e per un attimo ci credi, che sia davvero il mare.
Sul lago, Puccini passò la sua vecchiaia.

Accadde quando ancora l’epoca rampante riscopriva
i piatti regionali con la degustazione d’un gourmet,
cibo povero di quando la famiglia non poteva
permettersi la carne ad ogni pasto.
Dice l’Artusi che i cuccioli d’anguilla
sono foglie d’oleandro trasparenti come il vetro:
la borsa spermatica del maschio è simile all’ovario della femmina
e migrano nei laghi per una metamorfosi.
Aspirano l’h anche quaggiù, le chiamano le ciehe.

Da giorni ne parlavano, gli adulti,
scambiandosi al telefono un codice segreto;
ce l’avrebbe fatta, dunque, il pesciaiolo – quel pirata –
a procurare l’illegale bottino d’ambizione
e poco male se quel fiero pasto costava allora
poco meno d’un milione: le anguille appena nate
sono prelibate.

Mio padre sul cancello coi contanti
aspettava il pusher pesciaiolo
con l’ansia d’un drogato in astinenza.
In un sacchetto d’acqua, brulicanti,
molli e trasparenti s’agitavano a migliaia – girini ancora vivi –
guidate da un interno istinto inutile oramai,
proprio come spermatiche creature che già sanno
dove andare per trasformarsi in altro.

Sul setaccio schizzarono frenetiche,
inquieti murenoidi all’oscuro della situazione.
Mia madre versò una goccia d’acqua
sull’enorme padella prestata da un’amica:
sfrigolando evaporò dopo un momento.

Sui crostini fatte pappa, nella pasta lunga come condimento
insieme a poca scorza dell’arancia e poi limone:
durante la cottura quell’agonia dell’olio caldo le tramuta,
sbiancandole le allunga e a colpo d’occhio non sapresti
distinguere le larve da un piatto di bavette.
Tranne forse per quegli occhi, minuscoli puntini
ad un’ estremità dello spaghetto, neri come
se la luce in un istante fosse implosa.

Non era pepe ma uno sguardo
che non implora più.

Spiaggia libera

Viale dei Tigli, la variante Aurelia srotola la strada: siamo nello sciame,
magliette, ciabatte, stampate fantasie multicolori, un fluorescente
succhiare di Calippo per la strada; domenica, c’è il sole, tutti quanti
quantificano all’aria la pelle nuda ancora da ustionare.

Passeremo svoltando la pineta, sicuri di trovarti ancora lì.
Il tuo tipo è uno che respira: una faccia da schiaffi, tatuato,
efebico oppure ipertricotico, lo strepitoso fascino
dell’ultracinquantenne in piena forma. E dopo le dune l’orizzonte.

Sei fissa in una fascia Gucci bianca intera, sei Liz Taylor,
la Circe più abbronzata e bionda tinta della costa.
Anna, minaccia ancora la nostra ingenuità. Hai quarant’anni.
Distesa sul tuo telo rosa fuxia circòndati di giovani,

più giovane tu di quella giovane che vinse l’anno scorso
lo sponsorizzato concorso di Miss Trans.
Stenderemo intorno al tuo gli asciugamani, riprenderai la storia
di un autunno che chirurgicamente tu non senti:

ricevi a casa adesso, eppure nei dintorni ci passi volentieri,
saluti le tue amiche, ci racconti di un’età lontana quando eri
a Livorno ragazzino e non ancora Towanda la Guerriera.
E poi siliconati impianti e mai avvenute evirazioni.

Quando dalla base americana sfrecciavano le reclute
i rangers, per te tutti marines: tutta salute all’epoca del dollaro!
Limpidi guanti: l’Aurelia a Migliarino, Marina di Vecchiano.
Avevi una roulotte. Passavi avanti a tutte per un salario serio.

Adesso puoi permetterti di scegliere: estrogeni, lunga transizione –
l’hai letto sul tuo corpo che l’uomo da solo si spaventa.
I tuoi contanti dentro al portafoglio proteggono il domani
dall’incerto precariato. L’hai sudato, questo apprendistato.

Gli uomini sono come dei gattini, non devi accarezzarli contropelo
si rischia il graffio, un taglio involontario e curati di te
e solo dopo curati di loro: passa i polpastrelli dietro al collo,
le loro fusa spasmi, un lamentarsi al caldo del sudore.

A mezzogiorno pranzi col ghiacciolo, dagli ambulanti compri
braccialetti di filo colorato, ad ogni nodo un desiderio:
gli amici, dimagrire, i conoscenti: pochi ma leali.
Verrai da noi a cena. Arriverai col sugo per la pasta.

All’una un’altra lucky strike, assisti alla sfilata:
abbronzàti si scrutano bagnandosi i piedi alla battigia,
l’incendio dei costumi. Sono mimmi
nei giorni di vacanza, non sai se in salvo o in saldo.

Da quando l’hai rivisto non fai che ripensarci.
Ricordi come pianse quando seppe; il suo corpo tremava,
scoraggiato ti disse che eri bella come una regina.
Si guardava peloso il ventre piatto. Gli estrogeni erano impossibili.

La resina s’appiccica sui corpi, è stato come un pianto.
Li vedi ritornare, riconsideri il sorriso, il pomeriggio
scroscia in chiacchiericcio, sei raggiante, la tua socialità
dimentica imprevisti e probabili armatori vedovi da poco.

L’amore equo e solidale lo impareremo dopo.
Diana cacciatrice: sei come Salomè con il battista,
l’esperienza ti ha insegnato a fischiare agli stalloni
come fossi un camionista.

Adesso ti slanci, una corsa di cerbiatto e spruzzi il mare
le onde che affronti in pieno petto ti spostano il costume,
mostri il seno e per pudore abbassiamo tutti gli occhi,
e tu ci guardi come quelli che restano all’asciutto.